A zonzo sui Monti Sibillini con gli occhi e il cuore

Cronaca di un emozionante weekend alla scoperta degli angoli più nascosti di un territorio ancora incontaminato, dove la natura e il mistero sono i primi protagonisti.

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Archivio Parco Naz. Monti Sibillini. Autore: Giorgio Tassi

Se il tempo regge, l’autunno è una stagione ideale per compiere ancora qualche bella escursione in montagna: la temperatura accettabile, le giornate ancora abbastanza lunghe e la magia cromatica del foliage esercitano un’attrazione irresistibile. Eccoci quindi io e Teresa in viaggio dal cuore della Romagna alla scoperta degli angoli più reconditi e affascinanti dei Monti Sibillini, selvaggi e circondati da una millenaria aura di mistero.

Archivio del Parco Naz. dei Monti Sibillini. Autore: Giorgio Tassi

 

16 ottobre 2020

Macerata è alle nostre spalle, ci addentriamo nel cuore dell’Italia. Teresa è alla guida e io sono al suo fianco con un occhio alla mappa e uno all’orologio: alle 14 dobbiamo essere a Visso, per incontrarci con il gruppo di trekking. Abbiamo tutto il tempo e procediamo con andatura turistica. Per noi che veniamo da una terra piatta inoltrarci tra le colline è sempre motivo di stupore.

Il cielo comincia a rabbuiarsi, ma non ci preoccupiamo: l’attrezzatura negli zaini è delle migliori. Dopo una serie interminabile di curve e panorami, a pochi chilometri da Visso, comincia la serie di abitazioni sconvolte dall’ultimo sisma, pietosi resti che non riusciamo a fotografare, per un senso di rispetto e pudicizia, nel silenzio dei luoghi abbandonati.

A Visso ci incontriamo con il gruppo in pasticceria: si comincia bene!

La nostra guida ci porta in camminata tra pascoli e arbusteti, in leggera e costante salita con vista panoramica sul Monte Bove. La meta è il Santuario di Macereto, ma per ora ci immergiamo in questa naturale bellezza. Il fascino dei Monti Sibillini si fa sentire, con il mistero che racchiude, e mi vengono in mente le storie mitiche sulle Sibille, che abitavano queste cime.

Da lontano si scorge il santuario così evidente, la sua pietra candida risalta in mezzo a una macchia boscosa. Il santuario fa parte di un più ampio complesso architettonico del 1300 comprendente la chiesa, la Casa dei pellegrini, la Casa del corpo di guardia ed il Palazzo delle Guaite. Si dice che il progetto della struttura sia del Bramante. Purtroppo non è visitabile per le condizioni precarie a seguito del terremoto: ci limitiamo a sostare nel parco e sotto il comodo loggiato che ci ripara dalla pioggia.

Completiamo l’anello del percorso visitando “Il Pastorello di Cupi”. Si tratta di una piccola azienda casearia, duramente colpita dal terremoto del 2016, ma che ha coraggiosamente continuato a produrre pecorini e altri formaggi squisiti, che ci hanno prontamente rifocillati.

Ci trasferiamo a Fiastra, all’albergo Sasso Bianco, e aspettiamo con impazienza la cena che la signora Barbara ci ha preparato, a base di tortelloni al pomodoro con ripieno di ricotta e arrosti di agnello e maiale, contorni di verdure, e, alla fine, torta al cioccolato. Cucina semplice, casalinga e appetitosa.

 

17 ottobre 2020

Oggi ci siamo svegliate con il sole e questo ci conforta! Il gruppo trekking è pronto alla partenza con destinazione Lame Rosse.

Ieri sera, con il buio, non ci siamo rese conto che il nostro albergo è proprio in riva al Lago di Fiastra, adesso possiamo goderne la vista: acqua limpida e fresca, una lama di azzurro incuneata fra le montagne.

Si cammina lungo un sentiero panoramico proprio sul lago, sempre in salita e sotto il sole. Improvvisamente ci si immerge in un bosco di lecci, il paesaggio è totalmente cambiato. Siamo affascinate dall’ombra e dai resti di ciò che erano le carbonaie, ossia spiazzi fra il bosco, che mostrano ancora il segno di legna bruciata con tanta perizia. Mi sembra di sentire ancora il profumo di bruciato, frutto del lavoro di uomini e donne in un ambiente così selvaggio.

Dopo esserci destreggiate in una ripida salita su una sassaia, dove gli scarponi affondano ad ogni passo, finalmente lo spettacolo delle altissime Lame Rosse – chiamate anche piccola Cappadocia – il Grand Canyon delle Marche.

Suggestione e mancanza di respiro: si percepisce la fragilità di questo ambiente di arenaria, che ad ogni fenomeno naturale (acqua, vento, sisma) modifica il proprio aspetto. In rispettoso silenzio mangio il meritato panino   e mi gusto anche l’ambiente davvero spettacolare!

Nel pomeriggio ci siamo spostate in auto a San Ginesio, inserito nell’elenco dei borghi più belli d’Italia, per visitare il suo bellissimo centro storico. È veramente autentico e suggestivo, ma ciò che mi ha colpito di più è stato ancora il silenzio e la desolazione. Tutti i palazzi attorno alla piazza sono “ingabbiati” da strutture che li tengono in sicurezza, sempre a causa del sisma del 2016. Solo un bar aperto e poca gente all’intorno: all’esterno del paese ancora le case prefabbricate che ospitano i terremotati. Penso che ci vorranno ancora parecchi anni per ripristinare la vita vera… nel frattempo inizia a piovere, una pioggerellina fredda e bagnata, che ci fa tornare alle auto molto velocemente.

Archivio del Parco Naz. dei Monti Sibillini. Autore: Giorgio Tassi

Molto prosaicamente io e Teresa pensiamo alla cena: stasera ci saranno tagliolini con funghi e tartufo, brasato di vitello, tante verdure cotte e crude e, dulcis in fundo, il tiramisù.

18 ottobre 2020

È l’ultimo giorno, ma anche stamattina c’è il sole. La nostra guida ci conduce in una facile camminata in uno dei luoghi più affascinanti, misteriosi e carichi di biodiversità dei Sibillini: la Gola dell’Infernaccio, autentica meraviglia della natura. A darci il benvenuto, all’inizio del sentiero, il volo maestoso di un’aquila sulla mia testa.

Archivio del Parco Naz. dei Monti Sibillini. Autore: Giorgio Tassi

Ancora una volta le Marche hanno il potere di incantarmi in questo luogo pieno di fascino e mistero. È davvero una gola stretta: in certi passaggi, allargando le braccia, si possono toccare lateralmente le rocce piene di muschio e di strani funghi che crescono sui tronchi spezzati. Il fragore assordante dell’acqua ci accompagna per alcuni chilometri.  Il paesaggio cambia ancora totalmente: il sentiero continua in una faggeta molto fitta, in salita, che ci porta fino all’eremo di San Leonardo. Purtroppo è chiuso per i noti motivi, ma, in ogni caso, la nostra salita viene ripagata dalla splendida vista sul Monte Sibilla, che prende il nome dalla Sibilla Appenninica, mitica abitatrice dell’omonima grotta, che da sempre vela l’altura di un’aura di mistero.

E con questa leggenda che ci ha riempito di curiosità e di stupore, abbiamo concluso questo fine settimana con le gambe un po’ indolenzite, ma con gli occhi pieni di bellezza…

Claudia Zini

 

www.sibillini.net